SHABUJ

28 anni, Bangladesh

Sono nato in Bangladesh, in un villaggio di nome Batiband, nel distretto di Narsingdi.
Oltre ai miei genitori ho tre sorelle e un fratello più piccoli, io sono il primogenito.
Ho frequentato le scuole superiori e il college, poi ho interrotto gli studi. Quando ero studente
facevo una bella vita, dopo che ho smesso di studiare la mia vita è andata in rovina. In
Bangladesh non potevo vivere liberamente.
Ho lasciato il mio paese a ventisei anni.
La mia intenzione era di venire qua in Italia. Ho fatto un contratto col trafficante per venire in
Italia e sono molto contento di essere qua. Sono arrivato alla stazione di Parma.
Sono contento di vivere a San Secondo; qua ho degli amici che vengono dalla Romania,
passeggiamo in paese, mangiamo insieme, ci divertiamo.
Tra i miei amici rumeni c’è anche un italiano, se non capisco una parola me la spiegano; se
capita che ho bisogno di un po’ di soldi mi aiutano anche in questo.
La mia paura è che, se dovessi tornare in Bangladesh, potrei venire ucciso.

Domanda d’asilo

Si definisce così una persona che ha richiesto di essere riconosciuto come rifugiato (o altra forma di protezione) e che è in attesa del responso.

I richiedenti asilo solitamente entrano nel territorio in modo irregolare, ma dal momento in cui presentano la richiesta sono regolarmente soggiornanti, e quindi non possono essere definiti clandestini. Anche i figli minori di richiedenti asilo seguono il destino – e il permesso di soggiorno – dei genitori.

Il permesso di soggiorno per domanda di protezione ha durata variabile, in funzione dei tempi della Commissione competente. Dopo due mesi di permesso, il richiedente asilo può lavorare. Fin dalla manifestazione della volontà di chiedere protezione il richiedente ha diritto a essere accolto secondo precisi standard stabiliti a livello europeo.

Fino al decreto sicurezza di ottobre 2018 tutti i richiedenti avevano diritto a essere inseriti in un progetto del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), benché tale sistema non abbia mai avuto la capienza necessaria per soddisfare la domanda complessiva di posti.

Attualmente possono essere ospitati solo nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) con servizi ridotti ai minimi termini.