pesce

In molte religioni antiche i pesci sono associati alle divinità dell’amore e della fertilità. Ma contemporaneamente il pesce è un animale a sangue freddo, ossia un animale che “non è dominato dall’impeto delle passioni”, proprio per questo è fatto oggetto di pasti e sacrifici a carattere sacro.

Oggi, in quasi tutti i mari della Terra e nei grandi laghi vengono catturati pesci in numero maggiore rispetto alla loro capacità di riprodursi. Secondo la FAO, il 58 percento degli stock ittici è sfruttato ai massimi livelli, eppure la pesca intensiva non dà tregua: vengono catturate specie in numero superiore rispetto alla loro naturale capacità di riprodursi.

Nel mondo ne vengono catturate oltre 90 milioni di tonnellate l’anno, mentre nel 1950 la quantità di pescato si aggirava intorno ai 20 milioni (FAO 2016).

Le cause alla base della pesca eccessiva sono molteplici. Il consumo di pesce aumenta e genera un business a livello globale. Oggi il numero di pescherecci presenti nel mondo è 2,5 volte tanto quello previsto ai fini della pesca sostenibile. La lobby della pesca, particolarmente influente, punta a quote di pescato nettamente al di sopra del limite della sostenibilità ecologica, il tutto per interessi economici realizzabili nel breve termine.

L’UE stabilisce la quantità di pesce prelevabile dalle acque europee, ma negli ultimi anni queste quote imposte dalle politiche hanno superato con una media del 41% le raccomandazioni scientifiche. Così non solo gli stock ittici del Mar Mediterraneo sono soggetti a pesca eccessiva, ma anche quelli presenti in altri mari europei risultano sempre più decimati: secondo i dati FAO, nel 2015 il Mediterraneo e il Mar Nero presentavano la percentuale più alta di stock sfruttati in modo insostenibile (oltre il 62%).

Oltre a quella legale, in varie zone si pratica anche la pesca di frodo. Gli esperti ritengono che il 14-33% del pescato mondiale sia di provenienza illegale o non soggetto a dichiarazione. Inoltre sono sempre più diffusi gli impianti di acquacoltura: dal 2014 oltre la metà del pesce consumato a livello mondiale proviene da questo tipo di allevamenti. Tuttavia, i pesci predatori allevati in questo modo, come i salmoni o i tonni, si devono nutrire di pesce selvatico. Aumenta quindi la pressione sui naturali stock ittici: per produrre un kg di tonno da acquacoltura servono all’incirca 15 chilogrammi di mangime a base di pesce. 

Oggi la pesca, fortemente industrializzata, ricorre a metodi quali le reti a strascico che hanno impatti devastanti sui fondali e sulla biodiversità. Perché non sono selettive, e insieme alle specie ricercate dal mercato danneggiano la flora marina e intrappolano tonnellate di individui troppo piccoli per essere venduti, oltre a organismi non commerciabili: molluschi, crostacei e altre creature (come delfini, tartarughe marine, foche). È la cosiddetta cattura accidentale, o bycatch in inglese. Si stima che ogni anno, nel mondo, il pesce pescato accidentalmente e rigettato in mare ammonti a 7 milioni di tonnellate.  1 

Per fortuna la consapevolezza degli immensi danni causati dalla sovrapesca sta crescendo fra gli operatori, i consumatori e i legislatori. Merito anche del grande lavoro di istituti di ricerca, associazioni e ong, come il WWF o la Bloom Association. Quest’ultima è stata la promotrice di due campagne che hanno spinto l’Unione Europea a bandire la pesca a strascico in profondità e la pesca elettrica.

E anche nel Mediterraneo si registrano i primi, timidi miglioramenti. Secondo un rapporto pubblicato dalla FAO a dicembre del 2016, per la prima volta è stato registrato un recupero delle risorse ittiche nel Mediterraneo e nel Mar Nero, con gli stock sovrasfruttati in calo del 10%, dall’88% del 2014 al 78% del 2016.

Certo, i problemi rimangono e secondo lo stesso rapporto FAO, oltre all’introduzione di nuove aree protette e restrizioni alla pesca, un modo efficace per assicurare la sostenibilità delle risorse ittiche a lungo termine è dare più sostegno alla cosiddetta pesca artigianale, che opera su piccola scala.

Fra i maggiori incubi dei pescatori di piccola scala ci sono le mastodontiche imbarcazioni della pesca industriale. A livello europeo la piccola pesca rappresenta il 70% della flotta ma solo il 15% delle catture.

Ma qualcosa si sta muovendo, e i piccoli pescatori hanno cominciato a uscire dal contesto locale, e a unire le forze per avere voce in capitolo nei processi decisionali a livello nazionale ed europeo. È proprio questo l’obiettivo della piattaforma LIFE, fondata nel 2013 e che oggi riunisce ben 10mila pescatori di 18 stati membri della UE, dall’Atlantico al Baltico, dal Mar Nero al Mare del Nord. Passando per il Mediterraneo. Con un ufficio di rappresentanza a Bruxelles, nel cuore pulsante delle istituzioni europee.

Ma gli sforzi per il ritorno a una pesca sostenibile non sono più un’esclusiva delle no profit. Sempre più aziende fanno della sostenibilità e del rispetto per l’ambiente un cavallo di battaglia. Un esempio di ciò è la “Friend of the Sea”, organizzazione indipendente che, seguendo le linee guida della FAO, punta alla promozione di prodotti da pesca e acquacoltura sostenibile.

Tra gli elementi valutati per la certificazione ci sono l’attenzione alle zone di pesca, al non utilizzo di metodi dannosi per l’ecosistema, alla percentuale massima di prese accidentali e alle condizioni di lavoro del personale a bordo dei pescherecci.

Per il Mediterraneo come per gli oceani, l’inversione di tendenza è ancora possibile. E la lotta alla distruzione delle risorse ittiche e degli ecosistemi marini passa anche dai consumatori. Nella consapevolezza che il legame tra il Mediterraneo e i suoi pescatori è strettissimo. Come quello fra due corde unite con il famoso nodo del pescatore. 2 

Secondo il General fisheries commission for the Mediterranean (Gfcm) e la Fao, la pesca nel Mediterraneo e nel Mar Nero produce un reddito annuo stimato di 2,8 miliardi di dollari e impiega direttamente poco meno di 250.000 persone. Uomini, donne, giovani che spesso portano avanti una tradizione di famiglia nonostante le difficoltà fisiche e burocratiche. Pescatori che difendono gli ecosistemi, lottano contro i cambiamenti climatici e l’inquinamento delle acque, promuovono il turismo sostenibile nelle loro terre.

In un comunicato di Slow Fish 2019 si legge: «… plaudiamo al decreto Salvamare, recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri che consentirà di portare a terra i rifiuti plastici ritrovati in mare. Finora invece erano costretti a ributtarli in mare perché altrimenti avrebbero compiuto il reato di trasporto illecito di rifiuti, sarebbero stati considerati produttori di rifiuti e avrebbero dovuto anche sostenere i costi di smaltimento.»

A questo progetto fanno eco le isole siciliane con l’iniziativa sperimentale del Gac Flag Isole di Sicilia che ha permesso di restituire al loro naturale splendore cale spesso irraggiungibili da terra. «Con questo progetto siamo stati spronati a raccogliere la plastica e mano a mano che andavamo avanti tra noi pescatori si è innescata la competizione: facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più, a chi era più ecologico». 3 

Le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo in particolare dipendono dalla pesca come base di sostentamento, in quanto generano il più grande volume di pescato e di produzione a livello mondiale e impiegano il 97% della forza lavoro mondiale nel settore della pesca. La netta maggioranza, il 90%, sono piccoli pescatori, non impiegati dalle grandi flotte di pesca. Per loro, dalla pesca proviene il reddito base, nonché una parte fondamentale della nutrizione quotidiana.

Nell’Ue abbiamo una responsabilità molto concreta in questo senso: l’Ue è la più grande importatrice di pesce al mondo e più del 50% delle importazioni proviene da Paesi in via di sviluppo. 4 

 

Riferimenti:

WWF, Progetto Fishforward
GreenReport,  Pesca e Allevamenti

Ferrero Nicola, Slow Food, 2009, Un mondo senza pesci, allegato al dvd Al capolinea The end of the line di Rupert Murray, ed. Feltrinelli

Oppenlander Richard, 2017, Regime Alimentare. Pesca intensiva e allevamenti industriali: le conseguenze delle nostre cattive abitudini a tavola, ed. ChiareLettere

 


 1 WWF, Pesca eccessiva

 2 Gli stati generali, Più pesca sostenibile

 3 SlowFish, Pescatori Custodi

 4 Fishforward, Il sovrasfruttamento dei mari: i dati nudi e crudi